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Nei laboratori vuoti formazione mortificata

Scritto da Federico Spano

5 Dicembre 2020

di Alessandra Costini *

Eccoci di nuovo qui, cinque mesi dopo, davanti a un computer, a relazionarci con tante faccine che ci guardano da uno schermo cercando di carpire ciò che vogliamo raccontare loro, ciò che vorremmo insegnare, ciò che dovrebbe aiutarli nella crescita, attraverso l’apprendimento dei saperi, ma anche attraverso quel dialogo educativo e quello scambio reciproco di idee, riflessioni e sguardi che uno schermo freddo e asettico non può consentire. La catastrofe pandemica che ha colpito il nostro Paese, così come buona parte dell’intero pianeta, ha portato il vasto universo della scuola a modificare il suo modus operandi. E così, ancora una volta la didattica in presenza si ferma: studenti e docenti si ritrovano a fare lezione nelle loro abitazioni mentre aule e banchi si ritrovano orfani di quel mondo chiassoso ma vero, di quei piccoli momenti, colti anche solo attraverso uno sguardo, un gesto, che raccontano la vita dei nostri ragazzi. Certo, dopo la prima esperienza siamo diventati tutti più abili nel “maneggiare” le nostre stanze virtuali, nel programmare lezioni, verifiche e compiti ma la sostanza non cambia, la mancanza di quel teatro di vita, dove nascono e crescono conoscenza, affetti, stima, sentimenti, amicizie, rappresenta un vuoto e una perdita che fa male ad ogni Paese dove la cultura dovrebbe essere al di sopra di tutto, anche di un caffè consumato davanti ad un tavolino di un bar. Quel silenzio assordante che arriva dagli Istituti vuoti è maggiormente sentito dagli studenti con disabilità e da chi ha scelto una scuola pratica; infatti inclusione e attività laboratoriali rappresentano il futuro dell’istruzione, soprattutto negli Istituti Tecnici dove non è pensabile fare lezione senza l’utilizzo di macchinari specifici, di laboratori attrezzati, di apparecchiature tecnologiche particolari con cui i ragazzi interagiscono quotidianamente. La frequenza dei laboratori spesso valorizza abilità e competenze dell’allievo, con ricadute positive sull’autostima e sul percorso scolastico.

Oggi ci troviamo costretti a confrontarci con percentuali (100%; 75%; 25%) che niente hanno a che fare col mondo della scuola: l’utilizzo delle aule laboratoriali consente allo studente di recitare un ruolo attivo, lo rende autonomo e consapevole dei propri mezzi. Se è costretto a rimanere a casa, tutto questo viene meno così come l’intero patto formativo stipulato con la scuola scelta.

Con la Didattica a distanza, si perde anche quel luogo sicuro, quel rifugio per tutti gli alunni con disabilità o che presentano situazioni di ritardo e/o svantaggio (Dsa e Bes). L’inclusione e la socializzazione, oltre a considerare le diverse difficoltà degli alunni sia a livello didattico che a livello comportamentale, sia nei livelli di attenzione che di gestione delle proprie emozioni, tengono conto delle potenzialità, delle risorse e degli interessi personali degli alunni che sono risultati indispensabili e necessari al fine della loro realizzazione. Non li si può lasciare a casa: sarebbe un danno psicologico incalcolabile, un senso di solitudine difficilmente colmabile; la scuola aperta è sinonimo di civiltà e di educazione così ben rappresentata dall’immagine di Lisa e Anita, le due studentesse torinesi della generazione Covid, che in questi giorni di chiusura si sono date appuntamento in strada, fuori dalla scuola che frequentano, sedute su un banco, con libri e quaderni aspettando che qualcuno le faccia entrare, come affermano loro “ nel posto più sicuro, che esiste” . È quel “Carpe diem” che il professor Keating de L’attimo fuggente insegnava ai suoi ragazzi, non lasciamo che glielo portino via.

*docente di Lettere polo tecnico Devilla-Dessì, Sassari

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