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Siamo tutti in viaggio con Dante

Scritto da Fabio Di Pietro

18 Dicembre 2020

«Nel mezzo del cammin di nostra vita». Tutti conosciamo il primo verso della Commedia di Dante Alighieri. È il primo passo di un’avventura eccezionale, di un viaggio epico che abbraccia l’intero universo e che vede protagonista un personaggio inatteso.

Non è un supereroe e neppure un eroe, non è un santo, non è una persona straordinaria, no, è semplicemente un uomo che è e fa il poeta e che immagina, con la propria opera poetica, di farsi voce dell’intera umanità. Il primo verso della Divina commedia, insomma e innanzitutto, ci autorizza a vedere il viaggio di Dante anche come un nostro viaggio.

Non si può dire che Dante scriva a caso: se dice «mi ritrovai» solo nel secondo verso è perché vuole che nel primo verso risuoni la «nostra vita» e che quell’io che si ritrova in una selva oscura appaia immediatamente dopo. Certo, sappiamo – ce lo spiegano le note al testo – che il “mezzo del cammin di nostra vita” è un riferimento da intendersi in prima battuta in modo letterale: è a metà della vita media di un uomo – 70 anni allora –, cioè a 35 anni d’età, che Dante compie il suo viaggio (Dante è nato nel 1265 e immagina il suo viaggio nella primavera del 1300). Ma nel primo verso della Commedia comprendiamo facilmente che viene detto molto di più di questo. La vita è un cammino, per l’appunto un viaggio che si compie nell’arco della nostra esistenza ed è in mezzo a questa vita, cioè nel pieno della sua vitalità, che Dante ci racconta della sua “crisi”. Già, perché la selva rappresenta un momento critico, di grandissimo smarrimento di questo singolarissimo protagonista per il quale non possiamo che parteggiare da subito. Perché? Esattamente per le ragioni già dette: quando Dante dice “nostra” ci interpella tutti, invita noi lettori a sentirci compagni di viaggio, perché in definitiva il suo viaggio è il nostro viaggio, quello di ognuno di noi che si muove, tra alti e bassi, sbandate e deviazioni, lungo lo stradone che chiamiamo vita.
Pensare il racconto della Commedia come una storia che riguarda me e te, noi, significa confrontarsi con Dante, forse anche metterlo sotto processo, per capire se riesce e fino a che punto a convincerci, a coinvolgerci nel suo camminare quando ci parla di inferno, purgatorio, paradiso, cioè di regni di un altro mondo, ma che poi sanno tantissimo di questo mondo e, soprattutto, degli “stati” principali, delle condizioni che caratterizzano la vita umana e i suoi momenti. Chi di noi non ha fatto, in varia misura, esperienze di tutti e tre i regni danteschi? Pensiamo alla nostra vita. Quanti stati d’animo e situazioni infernali – e oggi non occorre andare molto lontano per intravederli diffusi anche intorno a noi – e quante circostanze da purgatorio, in cui si lavora duro e si soffre ma con la speranza di migliorarci e cambiare il nostro stato, e quante volte nella vita incontriamo quei momenti felici, che sanno di perfezione e compimento, come solo il paradiso può evocare?

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