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Il mio riflesso impersonale

Scritto da Giulia Pintus

28 Gennaio 2021

Ogni giorno recitiamo la nostra parte in uno spettacolo con temi e scenografie differenti, utilizzando maschere che camuffano la nostra intima natura, mutando così in persone apparentemente migliori; perché in questa società è più importante apparire perfetti che mostrare le proprie unicità.

Anche se possiamo usufruire di una grande libertà, il nostro essere è circoscritto da canoni imposti dai soggetti con più influenza sulla massa. Queste figure appaiono perfette e stimolano il pubblico ad imitare la loro connotazione, le loro particolarità e qualità, così facendo i differenti uomini del mondo stanno variando in una schiera di identiche fotocopie.

All’epoca della controriforma, Torquato Tasso tentennava tra 2 fazioni: coscienza poetica e conformismo religioso. Successivamente arrivó alla conclusione che scegliere le dottrine ecclesiastiche sarebbe stato più ragionevole, decise quindi di abbandonare i suoi ideali e di imporre alla propria mente valori estranei al suo pensiero.

Come Tasso fu un inquisitore della propria mente noi oggi siamo inquisitori della nostra immagine.

Se il dissidio interiore del Tasso venne causato dal vigile potere della chiesa, al giorno d’oggi è l’uomo comune che giudica i comportamenti singolari dei suoi simili.

La paura del giudizio è una conseguenza dell’uguaglianza di massa, nessuno ha la facoltà di vietare la diversità, ció che definisce la reale identità di un individuo, ma chi ha l’audacia di mostrarsi senza maschere deve tenere conto della possibilità di non essere accettato.

Ma perché riteniamo più importante l’apparire che l’essere?

La nostra società è basata su icone, persone che idolatriamo che cerchiamo di imitare perché riteniamo che valga la pena compiere dei sacrifici, dimenticare la nostra vera identità per raggiungere una apparente felicità che svanirà il giorno in cui capiremo che del nostro temperamento non è rimasto più niente.

Preferiamo apparire perché il nostro ego ha bisogno di essere appagato con complimenti e quando imitiamo una persona mitizzata non abbiamo paura di essere giudicati o di non venire accettati perché abbiamo la sicurezza di piacere, al contrario differenziandoci dal bello ideale riscontriamo l’eventualità di non essere graditi.

La nostra mente si trova in un bivio tra la voglia di essere e il desiderio di apparire, questo bivio non esisterebbe se amassimo noi stessi, perché a quel punto, con l’accettazione della nostra forma il giudizio altrui non ci creerebbe interesse.

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